Pupa & Secchione

Non credo di rientrare nella categoria di “bacchettone”. Non sono così moralista da pretendere un ritorno alla censura ma, a volte, mi interrogo sulla necessità di una ripresa di quel minimo di dignità, nell’ambito dei programmi televisivi, per non scadere nello scabroso.

L’altra sera ho sintonizzato il mio apparecchio su Italia1 che trasmetteva un programma a dir poco imbarazzante per il genere umano: La Pupa e il Secchione, sintesi di un’antitesi che vede schierati degli sfigati e delle sciacquette.

Naturalmente ogni concorrente sa a cosa va incontro, dalla pubblica gogna alle fatiche che la convivenza con perfetti estranei comporta, fino agli esasperanti atteggiamenti, che superano l’indecenza, vanno a braccetto con la maleducazione e si manifestano in esibizioni spastiche cui nessuno mai dovrebbe assistere.

Individui, con un Q.I pari a 160, si lasciano sottomettere da Missvelamituoipiùporcisegreti che di femminile hanno solo la carta di identità. Queste tentano di trasmettere il loro sapere in materia di rimorchio, e vanno ben oltre: c’è una ragazza romena, evidentemente portata via da qualche marciapiede in seguito alle restrizioni in materia di prostituzione, che si lamenta dell’astinenza da sesso e della carenza di uomini ( con la U maiuscola..) all’interno dell’abitazione dove sono stati tutti reclusi. Questa donzella ha sbeffeggiato ed insultato l’individuo al quale è stata accoppiata, lo ha malmenato e non contenta lo ha accusato di avere un membro minuscolo – neanche fosse una colpa, o dipendesse da lui- poi, non contenta lo ha avvilito mostrandogli la sua patonza, con le cosce bene aperte, senza gratificarlo neanche con una leccatina. Un vero tormento, anche per uno sfigato.

Sicuramente la sua abitudine ad essere pagata, il suo codice deontologico, non le consente di dare nulla in cambio di niente e, in questo caso, prendersi la dignità del malcapitato non le basta.

Io non sapevo che Pupa fosse sinonimo di mignotta, pardon escort, e non credevo che Secchione fosse sinonimo di coglione: geni matematici che si abbassano alla condizione di zerbini, idioti senza un minimo di amor proprio. Come fanno a definirsi uomini di cultura? Come fanno a definirsi anche soltanto uomini? Idem con patate per quanto riguarda le allegre signorine: è questa una donna? Queste sciacquette si credono donne ma non sono altro che squinzie rifatte che si vantano per la loro abilità di farlo diventare duro, che si vantano della propria ignoranza e la ostentano e, nel peggiore dei casi, la millantano.

Come si fa a guardare questo programma? Non è forse meglio andare su Youporn e tirarsi un gran raspone? Anche i medici lo ammettono, fa bene alla salute.

Abusi su abusi

Articolo 609 bis.
Dei delitti contro la persona

Qualcuno mi illumini. Ho bisogno di saperlo. Perché un prete pedofilo fa più clamore di un pedofilo regista e perché, soprattutto, la società non si indigna per la lista elettorale presentata in Olanda – Il partito dell’amore libero, se non erro- che chiedeva, attraverso mezzi democratici, l’abolizione del reato di abusi sessuali a danno di minori di età: il partito dei pedofili, per farla breve.

Nessuno si indigna se Roman Polanski, trent’anni fa, abusò di una tredicenne facendola ubriacare ed in seguito sodomizzandola. E’ roba vecchia, si dice, la ragazza l’ha perdonato. Il noto regista ha sganciato, come altri prima di lui, una quota che s’aggira intorno ai 50mila dollari o forse di più per mettere a tacere la famiglia della vittima, non si è presentato al processo ed è volato via dagli Stati Uniti: meglio, per il genio, trovarsi una dimora più confortevole, cioè laddove i propri crimini non gli fossero spiattellati in faccia. Roman Polanski è un uomo di alta levatura morale, si sa, i suoi film sono capolavori (?). Succede che dopo trent’anni, mediante accordi diplomatici e lunghe strette di mano, il regista viene arrestato in Isvizzera. E che cose succede? Qualcuno direbbe “ah, finalmente”. Macchè. Scatta la difesa, l’apologia del pedofilo, in nome dell’alta levatura sopracitata: mica si può mettere Polanski in carcere. Ormai è vecchio.

Questa è l’altra ricetta. Prendete un prete, uno qualsiasi, di quelli cicciottelli e con lo sguardo torbido che ne approfittano del confessionale per inquinare la limpidità della fanciullezza, di quelli che perpetuano nell’errore e sono causa di male, un male che il denaro non può compatire, un male così osceno che non può non restare a lungo nel silenzio, non deve. Anche questo prete, una volta scoperto, ha dovuto prendere un aereo: altre mani complici hanno premuto sulla bocca della verità.

Fa ribrezzo a pensarci. Noi mandiamo i nostri figli in mezzo ai lupi travestiti da agnelli.

A tali reati è forte la voglia di rispondere con rabbia: a chi non è mai balenata l’idea di appendere i pedofili per gli zebedei? Ma quello che non riesco ancora a capire è il perché ci siano sempre misure differenti, perché il piatto della bilancia sia sempre portato a pendere da una parte o dall’altra. In sostanza, perchè l’indignazione non si sollevi sempre e comunque e generi scandalo allo stesso modo.

Perchè non ci si indigna quando un giudice dà i domiciliari ad uno accusato di reati sessuali, oppure quando infligge pene troppo lievi o, nel peggiore dei casi, lo assolve. Perché sono le teste di alcuni che possono saltare mentre altre, considerate più chic, restano salde al collo?

E’ il laicismo che rinfaccia la morale alla Chiesa, che aspira ad assumerne il controllo. E’ il paradosso di questi mesi che vorrebbe portare il Sommo Pontefice sul banco degli imputati ma che si dimostra clemente con gli esponenti della intellighenzia, che poco ha di intelligente; il fatto grave è che manchi la certezza della pena che tuteli i minori, o tutte le vittime di violenze sessuali, e che molti giudici non si decidano ad applicare la legge dando il massimo della pena a chi si macchia di tali crimini.

Perché si continua a proteggere chi ha commesso un reato, invece di tutelare chi lo ha subito? Credete che l’uomo sia fatto per la legge, o la legge per l’uomo?

Davide vince Golia

La storia non ci ha insegnato proprio nulla e non c’è da meravigliarsene, date le evidenti manipolazioni cui è stata sottoposta ad opera di chirurghi poco diplomatici, che l’hanno seviziata ed in qualche modo trasformata in qualcosa di abominevole. D’altronde, si sa, la storia la scrivono i vincitori.

A questo punto, però, mi domando a cosa servano le litanie che ogni anno trasmettono in televisione nella ricorrenza della Shoah: ci riempiono di documentari, storie di aguzzini e torturati, di morti la cui unica colpa fu di appartenere alla stirpe di Abramo. Non importa che fossero osservanti o meno. L’unico ebreo buono è l’ebreo morto.

Nonostante io abbia solo ventidue anni e, quindi, non sia vissuto al tempo della Seconda Guerra Mondiale, a volte mi sento in colpa, come se addosso portassi il peso dell’umanità -e di tutte le sue scelte – ma c’è , invece, chi ancora oggi non si fa molti scrupoli e dinanzi al mondo dichiara la propria <<battaglia>> ai nemici di sempre. Sempre loro, gli ebrei.

Non c’è storia che contempli “se” e “ma” eppure il passato si ripropone ed un novello Hitler torna a capeggiare la folle idea di voler sterminare i figli di Davide: niente Mein Kampf ma una dichiarazione dinanzi le telecamere dell’intero mondo. <<Noi non ci fermeremo fino a quando Israele non sarà cancellata dalla mappa geografica>>.

E tutti, oggi come ieri, leccano il culo al dittatore. Timore, vigliaccheria, la maledetta voglia di preservare lo status quo. E’ questo che ha portato al disastro ed è questo che ci condurrà ad una nuova era di terrore. Se tieni una saponetta bagnata tra le mani, questa scivola; non so se è ben chiara la metafora. Lo status quo non può essere mantenuto e nessuno resterà con le mani pulite. La storia avrebbe dovuto insegnarlo: il sangue sporca anche chi non spara.

Palestinesi e iraniani si preparano a compiere il prossimo genocidio e l’Europa, ancora una volta, guarda e non fa nulla e, in alcuni casi, incita o appoggia in silenzio.
Le armi dei seguaci di Allah sono potenti. Usano scudi umani, civili, spesso bambini: loro attaccano e si nascondono come i granchi, come le murene. Mordono e fuggono, piangono e fottono. Heil Hamas!

In Italia c’è chi inneggia alla libertà del popolo palestinese ma non si cura degli studenti uccisi in Iran, dell’onda verde e della voglia di cambiamento. In Italia c’è chi grida al regime: alla radio, alla televisione, sui giornali e sui vari social network. Tutti a gridare contro il tiranno. Ma quando si trovano a tu per tu con la vera tirannia tacciano, neanche la riconoscono, forse per paura che qualcuno tagli loro la lingua e le dita, perchè la dittatura non consente spazio ai dissidenti, contrariamente a questo Paese dove ciascuno è libero di esprimere il proprio pensiero, compreso il sottoscritto. Ciascuno riconosca le proprie colpe.

Diciamola tutta. Lo Stato di Israele è cresciuto, prosperato e, se attaccato, ha reagito. Certo non poteva rimanere immobile sotto i colpi del nemico alle porte. Qualcuno però preferiva e preferisce vedere gli ebrei rilegati nei lager. La Palestina è rimasta identica, pugno di polvere e sabbia, pur di continuare a riarmarsi per colpire Israele, ha lasciato che il proprio popolo rimanesse profugo, senza casa, e questo per un ignobile ricatto morale, un indottrinamento trascinato fino ai giorni nostri, sicché ora le nuove generazioni credono che la colpa dei loro disagi e della loro condizione sia da attribuire in toto agli ebrei. Complice l’ignoranza.

Signori europei e signori americani, voi che con le vostre telecamere filmate le scene di guerra, che restano cruente anche quando si tratta di una guerra giusta, cessate di piangere e tirate fuori le palle.

Si, esistono guerre giuste, esiste il diritto di difendersi, esiste la libertà di vivere in pace e chiunque voglia precludere questo diritto deve essere messo in condizione di non agire più. Ad ogni costo, con ogni mezzo. Mai più abbassare la testa, mai più chiudere gli occhi, mai più parole vuote, mai più dottrine d’odio ma viva sempre la libertà. Non vogliamo esportare democrazia, ciascun popolo è libero di autodeterminarsi ma non di rompere le palle.

Donne, dududù


L’8 marzo è arrivato, come ogni anno e, come ogni anno, abbiamo dovuto assistere a cialtronerie di ogni sorta su questa fantomatica Festa della donna.

Comincerei proprio con questo termine, festa, che non mi pare sia appropriato dato l’evento tragico che sta a monte di questa vicenda, delle donne morte in una fabbrica a causa di un datore di lavoro senza scrupoli. La si dovrebbe definire commemorazione ma a quel punto tutto il buisness messo su dai vari commercianti andrebbe in fallimento.

Capita, in questo giorno, che la donna assuma un atteggiamento spocchioso nei confronti del mondo intero e si senta in diritto di fare ciò che, solitamente, non è permesso a nessuno: ogni auto che vedo parcheggiata sulle strisce, l’8 marzo, appartiene ad una donna. Tutte pensano che sia un gran giorno, il loro giorno.

La controparte maschile, se sottomessa, si presenta puntualmente con un cespuglio di mimose o con dei cioccolatini, nel peggiore dei casi con tutt’e due e si lasciano stendere a mò di zerbino, tendenza diffusissima. Ma ci sono anche uomini che resistono e fortunatamente anche molte donne intelligenti lo fanno.

Ci sono donne che non hanno bisogno di quote rosa per farsi valere.

Ho visto, invece, donne non denunciare l’insensata usanza del burqa, quelle stesse donne che imbracciano l’utero come un’arma non hanno provato pietà per delle altre donne, vittime della paura e alla mercé di mariti-padroni. Ho visto una bellissima donna lasciata da sola, questa era l’Italia appena due giorni fa.

L’otto marzo si è festeggiato un simbolo, un feticcio floreale che ha infestato casa poche ore dopo essere stato reciso dal suo ramo. Perchè la mimosa è così, è uno di quei fiori che non va raccolti, e poi quest’anno si è messo di mezzo anche il freddo (alla faccia di chi dice che il pianeta si sta surriscaldando).

Io, come uomo, mi sento discriminato. E se fossi una donna, mi sentirei offesa.

Un po’ di tempo fa ho letto su <<il Giornale>> una lettera di un uomo. Diceva che la sua fidanzata era rimasta incinta, i due -a quanto ci dice lui- ne avevano già parlato e fantasticavano già sul nome da dare in caso fosse nata una femminuccia o un maschietto. Poi, però, lei decide di non voler portare avanti la gravidanza e si allontana da lui, estromettendolo del tutto. Non ci sono vincoli giudiziari che tengano, né parere che conti: l’utero è suo e se lo gestisce lei.

Quell’uomo voleva essere padre, comunque. Si è appellato perchè lei portasse avanti la gravidanza, voleva quel bambino ma nessuno può convincere una donna a portare un peso che non vuole.

Ma è davvero così? Così è stato questa volta e quante altre volte succede, e capita, che l’uomo sia spogliato di ogni valore.

Penso all’Annunciazione a quel peso che grembo mortale seppe sopportare, a quel Figlio che doveva nascere: se non ci fosse stato il <<fiat>> di Maria non si sarebbe compiuto il progetto della Salvezza. E’ la dimostrazione che una donna è madre e portatrice di speranza. Il suo ruolo nel progetto è fondamentale, è -come dice Amorth- un bene necessario.

Penso a madre Teresa (santa!) e ai suoi proclami alla vita, diceva alle donne che rimanevano incinta di non abortire ma di portare avanti la gravidanza e poi affidare loro il nascituro. Dopotutto ‘e figli so piezz ‘e core.

Al lupo, al lupo !

C’era da aspettarselo e, a dire il vero, non ne sono stato affatto sorpreso. Ci sarebbe da piangere, eppure c’è chi ride: gente che cammina per strada col sorriso luciferino, sghignazzanti perchè (in)giustizia è stata fatta.

Ma la legge non doveva essere uguale per tutti?

Qui pare, invece, che l’obiettivo di distruggere il PDL, o quantomeno mettergli i bastoni tra le ruote, sia superiore ad ogni regola. Non c’è da stupirsi se qualche elettore incazzato darà il via ad una guerra civile, un ritorno poco gradito alla lotta armata, quale ultima risorsa data l’impossibilità di avere regolari elezioni. Incapaci come sono di vincere alle urne, le tentano proprio tutte: Noemi, Veronica, gli scatti nella villa in Sardegna, il vecchio puttanone, processi mediatici e giudiziari e (non) per finire una statuetta in faccia.

Una vera e propria gogna pubblica priva di ogni pudore, per non parlare di un po’ di privacy.

Qualcuno dimentica che, fino a prova contraria, il PDL è un partito votato dalla maggioranza degli Italiani, da chi detiene, quindi, la sovranità dello Stato, cioè il popolo. A qualcuno non interessa e approfittano di ogni occasione per “chiedere” le dimissioni del Premier, nemico numero uno di questa fantomatica democrazia. Sarà, ma a me sembra di essere tornati ai tempi cupi di Robespierre, in un clima carico di terrore dove la sentenza capitale, alias avviso giudiziario, te la recapitano a casa con <<C’è posta per te>>. Non la voglio aprire questa busta, so già che cosa contiene e non ho intenzione di dover rispondere al linciaggio di chi pretende di avere le mani pulite.

I fatti ormai si conoscono, carta canta, c’è un chiaro intento di sabotare le elezioni attraverso vie giudiziarie e cavillose, trattamento scrupoloso cui sono state sottoposte le liste in Lombardia e nel Lazio. Si può dire lo stesso per la controparte? In Lombardia non è stato così, e i Radicali ci mettono lo zampino richiedendo il conteggio e prendendo visione essi stessi alle liste, con nominativi compresi, in barba alla privacy.

Loro hanno mosso i pedoni e noi abbiamo perso gli alfieri.

La strategia è praticata da anni e nutre di considerevoli varianti, questo gli va riconosciuto, sono ossi duri ma prima o poi cominceranno a mangiarsi tra di loro, già lo fanno e lo faranno ancora. Lo fanno in continuazione. E’ un processo che non porta a rigenerarsi ma a camuffarsi, sono incapaci ad evolversi, hanno una sorta di sindrome di Peter Pan o la faccia come il culo.

Sono distanti dalla storia e sono incapaci a gestire uno Stato. Sanno soltanto replicare, sono antitetici e vacui di idee.

Volete precludere a milioni di cittadini il sacrosanto diritto, e dovere, di votare per colpa di un paninaro e di qualche firma priva di timbro et similia?Non sputare in cielo, si dice dalle mie parti, che in faccia ti torna. E una seconda domanda, altrettanto importante: ma quel paninaro non lo sa che in tempo di Quaresima si digiuna. Non poteva essere un po’ più osservante e rispettare una semplice scadenza e non ridursi all’ultimo, non dico minuto, ma secondo e magari arrivando anche in ritardo. Signori, vi prego quest’uomo dovrebbe iniziare a lavorare, ma non solo lui.

Io ci rido e ci piango, ma non si può cambiare canale: è la storia che corre. Guardo lontano e vedo l’ombra di una pestilenza. La messa in discussione, e la caduta, dello Stato determinerà un vuoto di potere e le fratture saranno tali da portarci sul baratro del non ritorno, guardiamoci bene attorno: non è più tempo di giocare.

<<La ricreazione è finita>>
Gen. Charles de Gaulle

Gradisca, Presidente



Gradisca, Presidente

Ora si rilassi. Faccia un bel respiro e resista un altro po’. Non le chiedo di rimanere in apnea fino al giorno delle elezioni ma di far fondo alla sua esperienza politica, ormai evidente anche per i suoi avversari ( anche se persistono a dichiarare il contrario: la verità è che la temono, e fanno bene), grazie alla quale avrà certamente inteso che una parola sbagliata può costare cara.

Ricordo del mio primo voto, avevo appena raggiunto la maggiore età, e della sua discutibile (e discussa) dichiarazione pubblica, che poi le causò la sconfitta ed allora tutti le cantarono, con ironia, “per 24mila voti”. Io, allora, ero tutto preso da un fervore democratico, finalmente la mia voce – o meglio una mia crocetta- poteva incidere sulle scelte del Paese. Valevo qualcosa anche se, appunto, ero solo una croce, una voce insonorizzata che avrebbe trovato riscontro nell’azione politica della formazione che con fermezza votai.

Lo ammetto, Presidente! Io ero tra quei <<coglioni>> che votò a sinistra.

Le sue parole mi convinsero a farlo, pensi un po’: quindi, aggiungo, doppiamente coglione. Da qui a poco me ne sarei pentito, già durante la spartizione delle poltrone, tanto care ai deretani di sinistra quanto a quelli di destra e di centro, ovviamente. Ci fu un inghippo ed evidentemente qualcuno sfilò via la sedia ad una percentuale di deputati, avente pieno diritto a prendere quel posto, così che poi si ritrovassero in piedi ma con uno stipendio che la mia famiglia, da quindici anni in causa contro un padre che si ostina a non versare gli alimenti nonostante sulle spalle gli pesino due condanne penali, non osiamo neanche sognare. C’era e c’è sempre un però nelle storie e questa non vi fa eccezione alcuna: è stabilito che per accedere alla pensione da parlamentare debba trascorrere un tempo limite di 24 mesi  e fato volle che l’allora Governo Prodi rimase in piedi giusto il tempo per spartire gli avanzi a chi aveva sorretto una struttura destinata a crollare già dalla nascita, poiché sorta col solo obiettivo di sfasciarla, come qualcun altro disse. Un aborto mancato.

Quando cadde, finalmente, quel pietoso Governo io esultai: la fidanzata del mio coinquilino si segnò il giorno su una lavagnetta e, posso affermare, che brindammo per l’occasione. Ero studente iscritto al primo anno di Scienze Umanistiche, Laurea breve che ho conseguito nel Dicembre 2009, e mi ritrovai già pentito del mio sbaglio alle urne ed ebbi tempo di riflettere e soprattutto di osservare, con atteggiamento meno passionale, ciò che accadeva.

Non era lei la catastrofe del Paese, come urlavano alle manifestazioni alle quali partecipai – molte volte per rincorrere un pelo, quello che tira più di un carro di buoi-, lei mi capirà la gioventù è anche questo ma non si può, di certo, scendere sempre in piazza a risolvere i propri problemi. Incorniciati da un cordone di transenne, o come cani sciolti, pensavo di essere Valerio Papirio. E non massa.

Urlavo le mie idee, ma perlopiù volavano “Vaffanculo” gratuiti, e mi ritenevo non appartenente o, meglio dire, militante di uno specifico partito. Credevo, al tempo, alla capacità di un uomo di autodeterminarsi, senza alcun bisogno di Istituzioni o classe politica, atta a gestire la cosa pubblica. Credevo in un principio, che in ogni persona vi fosse un fondo di bene che spinge verso l’altro, ad abbracciare il prossimo, fosse stato anche un albero, o un cavallo. In questa idea non c’erano bandiere ma sui furgoni, detentori delle casse dalle quali rombava la musica alta, sempre in prima fila, c’erano eccome! Era ovvio, e sorse spontanea, farsi una domanda e darsi una risposta, a quel punto: “sono solo un numero?”. “Si”. Per elaborare questo teorema ce ne ho messo di tempo, forse perché con i numeri non ci so fare.

Immaginai, allora, di essere una biglia in mezzo ad altre biglie, lanciate contro un birillo e quel birillo portava, e porta, la sua faccia Presidente. E, lungi dal fare ironia, con lei non stanno giocando e stanno affinando la mira (chi ha buone orecchie..). I commercianti di Milano, però, da quel giorno si sono ritrovati con altissime richieste del manufatto ritraente il Duomo. Il feticismo non è solo roba da giornaletto porno: quante lenzuola sfatte abbiamo annusato? Il disastro non era lei, Presidente, e il bambino chi urlava al lupo era la sinistra che continua ad accusarla di essere un dittatore, come e più di un novello Benito Mussolini, data la statura più o meno simile: il che è come dire che io, che sono alto circa un metro e settanta, qualora decidessi di entrare in politica, potrei diventare come Adolf Hitler. Quel bambino si è trasformato in lupo e si sta inghiottendo da solo, tanto è affamato: la storia ha insegnato che la scure che si brandisce, prima o tardi, ricade sulla proprio testa.

Per questo vizio di forma, proprio della sinistra, io le chiedo di continuare a respirare.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.