
L’8 marzo è arrivato, come ogni anno e, come ogni anno, abbiamo dovuto assistere a cialtronerie di ogni sorta su questa fantomatica Festa della donna.
Comincerei proprio con questo termine, festa, che non mi pare sia appropriato dato l’evento tragico che sta a monte di questa vicenda, delle donne morte in una fabbrica a causa di un datore di lavoro senza scrupoli. La si dovrebbe definire commemorazione ma a quel punto tutto il buisness messo su dai vari commercianti andrebbe in fallimento.
Capita, in questo giorno, che la donna assuma un atteggiamento spocchioso nei confronti del mondo intero e si senta in diritto di fare ciò che, solitamente, non è permesso a nessuno: ogni auto che vedo parcheggiata sulle strisce, l’8 marzo, appartiene ad una donna. Tutte pensano che sia un gran giorno, il loro giorno.
La controparte maschile, se sottomessa, si presenta puntualmente con un cespuglio di mimose o con dei cioccolatini, nel peggiore dei casi con tutt’e due e si lasciano stendere a mò di zerbino, tendenza diffusissima. Ma ci sono anche uomini che resistono e fortunatamente anche molte donne intelligenti lo fanno.
Ci sono donne che non hanno bisogno di quote rosa per farsi valere.
Ho visto, invece, donne non denunciare l’insensata usanza del burqa, quelle stesse donne che imbracciano l’utero come un’arma non hanno provato pietà per delle altre donne, vittime della paura e alla mercé di mariti-padroni. Ho visto una bellissima donna lasciata da sola, questa era l’Italia appena due giorni fa.
L’otto marzo si è festeggiato un simbolo, un feticcio floreale che ha infestato casa poche ore dopo essere stato reciso dal suo ramo. Perchè la mimosa è così, è uno di quei fiori che non va raccolti, e poi quest’anno si è messo di mezzo anche il freddo (alla faccia di chi dice che il pianeta si sta surriscaldando).
Io, come uomo, mi sento discriminato. E se fossi una donna, mi sentirei offesa.
Un po’ di tempo fa ho letto su <<il Giornale>> una lettera di un uomo. Diceva che la sua fidanzata era rimasta incinta, i due -a quanto ci dice lui- ne avevano già parlato e fantasticavano già sul nome da dare in caso fosse nata una femminuccia o un maschietto. Poi, però, lei decide di non voler portare avanti la gravidanza e si allontana da lui, estromettendolo del tutto. Non ci sono vincoli giudiziari che tengano, né parere che conti: l’utero è suo e se lo gestisce lei.
Quell’uomo voleva essere padre, comunque. Si è appellato perchè lei portasse avanti la gravidanza, voleva quel bambino ma nessuno può convincere una donna a portare un peso che non vuole.
Ma è davvero così? Così è stato questa volta e quante altre volte succede, e capita, che l’uomo sia spogliato di ogni valore.
Penso all’Annunciazione a quel peso che grembo mortale seppe sopportare, a quel Figlio che doveva nascere: se non ci fosse stato il <<fiat>> di Maria non si sarebbe compiuto il progetto della Salvezza. E’ la dimostrazione che una donna è madre e portatrice di speranza. Il suo ruolo nel progetto è fondamentale, è -come dice Amorth- un bene necessario.
Penso a madre Teresa (santa!) e ai suoi proclami alla vita, diceva alle donne che rimanevano incinta di non abortire ma di portare avanti la gravidanza e poi affidare loro il nascituro. Dopotutto ‘e figli so piezz ‘e core.